Domenica 25 Agosto 2019
Consegnato alla squadra dalla famiglia dell'ex calciatore, scomparso a 57 anni


Peppino Galifi e il calcio a Limina, un legame eterno: donato un defibrillatore

di Filippo Brianni | 15/10/2017 | ATTUALITÀ

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La consegna del defibrillatore e nel riquadro Galifi (foto Zaccaria)

Alla prima casalinga, il Limina ingoia un aspro Pasteria con un 2-1 che fa classifica, morale e convinzione. Ma la notizia è un’altra. Avviene prima della gara, quando alla squadra viene donato un defibrillatore. A portarlo Sebastiano e Concetta Galifi, rispettivamente fratello e nipote di Peppino, morto alcuni giorni fa a 57 anni. La sua è una toccante storia, per l’ingiustizia del destino e per il modo con cui la vittima di quel destino ha affrontato il tutto. Alcuni decenni fa, Peppino era un adolescente del paese che giocava nella sua Limina indossando la maglia numero 11, quando quel numero non era solo un numero, ma significa “ala sinistra”. E da lì, da quelle porzioni di campo apparentemente defilate, Peppino innescava la sua velocità, caricava le sue bombe, disegnava traiettorie e rendeva felici i tifosi. Si era anche sposato, aveva avuto un figlio e continuava a bombardare le porte avversarie. Poi, la sua corsa serena ha subito un brusco stop. La vita gli è entrata a gamba tesa, con un incidente stradale che gli ha zittito per sempre le vivaci gambe e lo ha costretto a una sedia a rotelle. Un colpo per uno come lui che viveva correndo, dentro e fuori il campo.

La sua vita ha poi preso giri inattesi, la famiglia finita a Palermo e lui rimasto a Limina. Con la sua sedia a rotelle. A guardar calcio. Amorevolmente accudito dalla famiglia del fratello Sebastiano e della cognata Luisa, ha combattuto contro la disperazione, dandosi sempre una nuova speranza, un nuovo stimolo, per andare col cuore oltre le gambe che lo tenevano bloccato. È stato un simbolo ed un esempio per i nipoti e per quelle generazioni di ragazzi cresciuti con i racconti del suo mito, seppur paesano, e con la dolcezza delle sue parole e del suo sorriso. Che non negava mai, a prescindere dal dolore, che solo lui e chi gli stava vicino conosceva a fondo. Alcuni anni fa, il Limina del presidente Antonio Puglisi, alla presentazione agostana in piazza lo ha colto di sorpresa, regalandogli un omaggio e l’opportunità di raccontarsi dal palco. Un gesto e un momento che ha commosso tutti. Ora che la gara di Peppino è finita la famiglia ha voluto che il legame tra lui e il calcio liminese proseguisse. Perciò ha deciso di donare alla squadra un defibrillatore, con la speranza che non debba mai essere usato, ma con la consapevolezza che questi strumenti sui campi di calcio possono salvare giovani vite.

Alla cerimonia di oggi pomeriggio c’erano tifosi e amici, ancora feriti dalla morte di Peppino. C’era il sindaco, Marcello Bartolotta, assessori e il parroco, don Paolino Malambo, il presidente Antonio Chillemi, il suo vice Sebastiano Saglimbeni. C’erano i giocatori, accomunati nella stessa emozione, compagni e avversari. Così come lo sport dovrebbe sempre essere. Poi, si è giocato. L’abbiamo detto, due a uno per il Limina. Ma il vero match winner è stato ancora una volta lui, Peppino Galifi, con la maglia numero undici a sollevarsi ancora dentro uno stadio, sotto il complice vento della collinetta di Santa Venera, dove lo sport, per l’ennesima volta, si è fatto carne.


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