Lunedì 17 Dicembre 2018
Sentenza definitiva per i quattro responsabili del colpo nel settembre 2015


Rapinarono banca a S. Teresa di Riva, Cassazione conferma condanne

di Andrea Rifatto | 30/11/2018 | CRONACA

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I rapinatori Volpe, Franceschino, Marletta e Fiducia

Confermate dalla Cassazione le condanne inflitte il 19 giugno 2017 dalla Corte d’appello di Messina per la rapina dell’8 settembre 2015 alla Banca per lo Sviluppo della Cooperazione di Credito di S. Teresa di Riva. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati dei legali di tre dei quattro rapinatori catanesi e il verdetto di secondo grado è divenuto dunque definitivo per i reati di rapina aggravata in concorso, sequestro di persona, lesioni personali aggravate, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato, furto pluriaggravato e porto d’arma in luogo pubblico. In appello erano stati condannati Andrea Fiducia, 52 anni, a 8 anni di reclusione e 3mila 400euro di multa, mentre i complici Cristian Franceschino 25 anni e Antonino Volpe, 22, a 6 anni e 2mila 300 euro. Ernesto Marletta dopo l’appello aveva rinunciato alla Cassazione, in parziale riforma della sentenza di primo grado, quando Fiducia e Marletta avevano ricevuto condanne a 10 anni e 4mila euro di multa, Franceschino e Volpe a 8 anni e 3mila 500 euro. Quel giorno i rapinatori si introdussero nell’istituto di credito del quartiere Bucalo armati di tre taglierini riuscendo a portare via 90mila 260 euro, 3mila 350 dollari americani e 490 dollari canadesi ma vennero bloccati e arrestati dai Carabinieri dopo un inseguimento in auto conclusosi a Sant’Alessio.

Gli avvocati dei tre imputati lamentavano il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, in particolare per Franceschino (che ammise le proprie responsabilità a processo) e Volpe, entrambi incensurati, e contestavano l’imputazione di sequestro di persona a Volpe ritenendo fossero incorsi in errore nel ritenere l’esistenza del sequestro in concorso con quello di rapina tenuto presente che la privazione della libertà personale era intervenuta solo ed esclusivamente per il tempo di attesa per la apertura della cassaforte “temporizzata”. La Cassazione ha invece confermato la legittimità della scelta di non riconoscere le attenuanti e riconosciuto la corretta applicazione dell’imputazione di sequestro di persona, ricordando che i rapinatori avevano bloccato i dipendenti all'interno dell'istituto di credito trattenendoli ben oltre il tempo necessario per impossessarsi del denaro esistente nelle casse e, in particolare, sino alla apertura temporizzata delle casseforti. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di 3mila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.

Più informazioni: rapina banca sviluppo  


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