Venerdì 24 Maggio 2019
Intervista a Vladimir Di Prima, autore de "Le incompiute smorfie"


"Lo scrittore vero è pericoloso, perché restituisce pensiero e dignità all'uomo"

12/07/2013 | CULTURA E SPETTACOLI

2873 Lettori unici | Commenti 1

Vladimir Di Prima e la copertina del suo libro

E' da qualche mese disponibile in formato ebook il terzo romanzo del 36enne scrittore catanese Vladimir Di Prima, “Le incompiute smorfie”, edito da Priamo in collaborazione con Giuseppe Meligrana Editore. Laureato in legge e specializzato in criminologia, Di Prima aveva già dato alle stampe "Gli Ansiatici" (Prova d’Autore, 2002) e "Facciamo Silenzio" (Azimut, 2007). Suoi racconti sono apparsi in diverse antologie e riviste letterarie. Vanta inoltre collaborazioni con artisti della musica leggera italiana, fra i quali il compianto Lucio Dalla. Lo abbiamo raggiunto a Zafferana Etnea, dove vive, per scambiare quattro chiacchiere.

“Le incompiute smorfie”: un titolo suggestivo e ambiziosamente letterario. Forse un monito per il lettore distratto?
Nessun monito. Un lettore sa scegliere da sé ciò che gli è più congeniale. Naturalmente l’inversione dell’aggettivo può creare un certo spiazzamento, un’esitazione, come dire: perché non “le smorfie incompiute”? Credo decisiva, in questo caso, una maggiore musicalità del significante. 

Come nasce quest’opera?
Come tutte le cose che hanno l’esigenza di essere raccontate. Non tutte le storie però possono essere raccontate. Alcune hanno una forza superiore, quella stessa forza capace di reggere l’ordito senza provocarne improvvisi sgonfiamenti. 

Quanto l’impostazione criminologica dei tuoi studi ti è giovata nell’individuare il profilo dei tuoi personaggi?
Devo confessare di aver attinto abbastanza dalla mia preparazione in ambito criminologico. Cercavo personaggi convincenti, capaci allo stesso tempo di volgarizzare il dramma della malattia mentale e di renderlo più leggero possibile come leggero, in alcuni casi, è il pensiero del protagonista. La letteratura in materia è vastissima e maneggiarla senza correre il rischio di ripetere alcuni cliché, peraltro abusati, è parecchio complicato. Spero dunque di essermi districato. 

Come sopravvive oggi uno scrittore autentico di fronte alla barbarie del mercato, sempre più in cerca di fenomeni stagionali e autori “usa e getta”?
Non sopravvive. Muore ogni giorno di più. E muore attraverso l’indifferenza, i rifiuti, gli sberleffi di una società che si fa carico di fregiare il mediocre per la sua risaputa innocuità. Uno scrittore vero è molto pericoloso; è capace di cambiare le coscienze, di far saltare i governi, di restituire pensiero e dignità all’uomo del popolo. Questo è inaccettabile per chi detiene il potere; allora scatta una sorta di emarginazione scientifica, scientifica nel senso della premeditazione basata sull’annientamento sociale, psichico e finanche fisico dell’individuo scrittore. 

Molti lettori superficiali e maliziosi leggeranno nel rapporto genitori-figlio una sorta di trasposizione autobiografica; io, al contrario, sono del parere che ciò sia una straordinaria metafora del binomio Stato-cittadino. Il padre quale topos di un sistema politico vecchio, obsoleto, arretrato e castrante; la madre immagine sbiadita di un indirizzo culturale incapace di premiare il talento e di investire su di esso. Ne convieni?
Sì. Probabilmente una delle più efficaci letture, la tua. Mario Pergola, il protagonista del romanzo, altro non è che il prodotto di una società fatalmente adulterata, ricca di contraddizioni volute e problemi volutamente insoluti. Il miraggio dell’affermazione personale che passa esclusivamente attraverso il successo, la televisione che plasma le coscienze secondo direttive sovrannazionali, il tutto fraintendendo e quindi dissipando le eccezionali possibilità della vita sul pianeta. Un vero peccato se consideriamo che il tempo a disposizione di ogni individuo è davvero poco. 

Leit motiv del romanzo è l’avvincente escursione in un erotismo raffinato e mai greve. Donne la cui sensualità intorbida i pensieri del personaggio. Ce ne parli?
Il femminile descritto nel mio romanzo ha la consapevolezza e la padronanza del proprio essere. E, più che madri, queste donne sono grandi e tempestose amanti. Pitturarle poi come si conviene, dargli cioè quel colore necessario alle vicende del personaggio, mi è stato semplice in ragione di una decennale ricerca di costume. Le mie donne sono anzitutto femmine nel senso celebrativo del termine; femmine perché femminili, femmine perché inguaribilmente indispensabili. 

Dal romanzo si evincono valori importanti quali l’amicizia e l’onestà; è ancora possibile raccontare il proprio tempo attraverso questi valori?
È molto difficile. L’amicizia e l’onestà sono spesso aggiustati alla finzione; si è amici per interessi più o meno poco chiari senza condividere nulla di profondamente sincero. L’impostura si dà arie da postura; per questo dico che bisogna diffidare dagli adulatori, da chi mette nella condizione di voler essere ringraziato e omaggiato per qualcosa di cui non solo non si ha reale bisogno, ma persino fastidio. 

I punti forti dei tuoi scritti sono certamente lo stile e la straordinaria capacità linguistica. Ogni periodo ha un elemento spiazzante, un climax, un’allitterazione, o comunque qualcosa che non lo rende mai banale. Come nasce una tua pagina?
Nasce dalla musica, certamente. Se la pagina non mi “suona” non va bene. Passo intere giornate a rileggere ad alta voce quello che scrivo. Non ci devono essere esitazioni. Ogni virgola, ogni punto, ogni parola sono pensate secondo un ritmo, che poi è il mio ritmo interiore, quello che sento. 

Cosa pensi della narrativa contemporanea?
Permutando un’espressione calcistica direi che ci sono tanti buoni mediani, tanti onesti “spaccalegna” incapaci però della giocata decisiva e spettacolare. Leggo libri di miei coetanei dalla noia mortale; prova ne è che dopo dieci pagine (più cinque di bonus stima) li ripongo negli scaffali del mio dimenticatoio. Non so se sia colpa loro o delle direttive imposte dalle grosse lobby editoriali, ma il piattume che esprimono è, per me, evidente e insopportabile. Allora mi tocca scavare nel tempo alla ricerca di quei classici che non deludono mai. Viviamo in un’epoca in cui il tempo è scandito dalla fenomenologia del fenomeno, ovvero da ciò che appare perché così si vuole che appaia. In rare eccezioni questo coincide con una qualche forma di sostanza tangibile e duratura. 

Il noto critico letterario Gian Paolo Serino ha speso parole importanti e impegnative nei tuoi confronti. Senti una responsabilità?
Gian Paolo ha dimostrato una grande stima nei miei confronti sin dal precedente romanzo “Facciamo Silenzio”. Posso essergli solo grato. Poi è una persona impegnata attivamente nel sociale e questo ne migliora sensibilmente l’opinione che mi sono fatto di lui. Responsabilità? Uno scrittore non è responsabile di se stesso nemmeno quando attraversa la strada. Al contrario non potrebbe raccontare la vita. 

Progetti per il futuro? Hai in cantiere nuovi progetti?
Le idee non mancano mai. Quello che invece viene meno è l’entusiasmo nel sistema cultura. Essendo un tipo umorale, ma anche uno che non le manda a dire e che quando si scoccia dice basta sul serio, “le incompiute smorfie” potrebbero rappresentare saggiamente il mio precoce congedo dalla scrittura. Non ho polsi da “spaccalegna” quindi, a un certo punto, l’ipotesi di “levarci mano” si fa concreta. Alla lunga è stupido finire sotto i colpi di chi non “accetta” e usa l’ascia di una ripetuta noncuranza per tranciarti. Tranquilli però: sono capace di rinascere e ripetermi sotto molteplici punti di vista e forme.

 

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Più informazioni: libri  


COMMENTI

paola Rossi | il 16/07/2013 alle 23:29:18

Vladimir, ho letto la tua intervista...mi é piaciuta molto, condivido il tuo pensiero e, affascinata dalle anticipazioni sul romanzo, lo acquisterò al più presto. Ti farò poi sapere...

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