Domenica 17 Novembre 2019
Pagine inedite dal romanzo del prof. Vincenzo Pugliatti che sarà pubblicato nel 2014


ESCLUSIVA. Anteprima "Tramonto a Savoca"

06/10/2013 | CULTURA E SPETTACOLI

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Vincenzo Pugliatti è nato a S.Teresa di Riva nel 1936. Ha compiuto gli studi classici presso il Liceo Francesco Maurolico di Messina; laureato in medicina e chirurgia, si è specializzato in ginecologia ed ostetricia della quale disciplina è anche docente. Per 25 anni ha ricoperto il ruolo di primario all'ospedale "Piemonte" di Messina. Si dedica con passione alla sua attività professionale non tralasciando di seguire con pari impegno gli studi di storia patria, il modellismo, la filatelia, la numismatica ed il collezionismo di cartoline illustrate d'epoca della città di Messina e non solo. E' presidente onorario del Circolo filatelico peloritano "Cosimo Martella", che organizza annualmente esposizioni di filatelia e cartofilia di rilevanza nazionale; ha al suo attivo ricerche su argomenti di storia locale pubblicate sull'Archivio Storico Messinese, nonché alcuni volumi iconografico-descrittivi su Messina e Taormina compilati utilizzando cartoline d'epoca. Ricordiamo che i prof. Pugliatti ha scritto nel 1985 il prezioso libretto "Santa Teresa di Riva fu una città Fenicia?", dove giunge alla conclusione che Phoinix «avesse il suo sito là dove oggi sorge S.Teresa di Riva e più precisamente alla sinistra del torrente Agrò; proprio sotto Savoca, in quella zona dell'entroterra della frazione Barracca compresa tra Bulìna, Catalmo, Scorsonello e Cantidati, dove termina il ponte della ferrovia venendo verso Messina».
 Pubblichiamo in esclusiva alcune pagine del corposo libro “Tramonto a Savoca” che sarà pubblicato il prossimo anno. Il libro racconta in modo romanzato la storia del dott. Carmelo Pugliatti, sullo sfondo della Savoca della metà ‘800, con precisi riferimenti storici.

 

TRAMONTO A SAVOCA di Vincenzo Pugliatti

…Era la primavera del 1841. Fortunato ricevette un biglietto speditogli dal professore Carmelo: "Carissimo Fortunato, un mio collega di Parigi, che parla bene l'italiano, sarà a Messina dal 20 aprile in poi. Si fermerà qui per alcune dimostrazioni di chirurgia sulle donne che ho ottenuto dal consiglio dell'ateneo di fargli tenere presso la mia clinica. Sarebbe mia intenzione, tra l'altro, di portarlo a Savoca per una visita alle opere d'arte. Ti prego,pertanto, se puoi, di far sì che si aprano le varie chiese e la cripta dei cappuccini. Se credi, gli facciamo fare pure una colazione nella nostra bella pineta. Gradirei avere una risposta in merito. Sono consapevole che ti arreco un grosso disturbo e che disturberò anche Lucia, ma so pure che posso approfittare della Vostra infinita bontà. In attesa di Vostre notizie, Vi abbraccio, Carmelo".

Nel momento in cui aveva scritto quel bigliettino il professore sapeva che non ci sarebbero stati dubbi circa la risposta; infatti, non appena Fortunato ebbe letto alla moglie quelle parole, la risposta fu immediata ed unanime: "A Vostra completa disposizione, Eccellenza Signor Professore, sempre che ce lo faccia sapere qualche giorno prima" scrisse Fortunato nel biglietto di risposta.

Una domenica d'aprile il professore Jean Philippe Benoit arrivò con Carmelo alla stazione di posta sulla marina di Savoca con la diligenza da Messina. Poco dopo erano sulla carrozza del fratello sulla salita per Savoca. A Fossìa li aspettava Fortunato. Dopo le presentazioni si avviarono per la "strata d'arreti" alla volta della matrice. Mentre salivano, mostrarono il convento dei cappuccini e il paese di Casalvecchio; girando,dall'ultimo tornante della strada il panorama si apriva sul retro della matrice e sul colle del Calvario.

Si fermarono davanti alla chiesa, dedicata alla Madonna dell'Assunta in cielo. La facciata, di tipo rinascimentale, era contrassegnata dall'elegante rosone in pietra lavica e, sotto, dallo stemma con tre martelli racchiuso in un ornato. Benoit lesse: "Hoc opus fieri fecit M. Petrus Trimarchius" Ah! Naturalmente il nome del costruttore? "Sì, Trimarchi è un cognome molto diffuso qui in paese. Vedi, il campanile porta incise le date d'inizio e di fine della costruzione che certamente è posteriore a quella della chiesa. Guarda a sinistra quel palazzotto con quella bella bifora. Poi entreremo a vederla. Ora entriamo in chiesa".

Sul fondo della navata centrale, divisa dalle laterali da monolitiche colonne di granito con capitelli in stile romanico era l'altare maggiore in marmo policromo: tutt'intorno, nell'abside, un pregevolissimo coro in legno intagliato dal quale si erigevano delle canne d'organo; sulla destra era il seggio dell'archimandrita. Il catino absidale era affrescato con scene dell'assunzione in cielo di Maria; sui lati altari e cappelle di pregevole fattura. Mentre i due professori erano naso in su a guardare quanto c'era da ammirare sul soffitto, la custode chiese a Fortunato se dovesse aprire la botola della cripta."Sì, aprite, Za Catina. Credo che sia proprio il caso di fargliela vedere". "Ci scommetto che tu non scendi", disse Carmelo in tono scherzoso. "M'abbastàu quann'è chi fu... Andate pure voi che ci provate gusto". Dopo la raccomandazione d'obbligo a tenere la testa bassa, visto che il francese superava Carmelo d'un buon palmo cà gghiaccatura, i due chirurghi cominciarono la discesa, mentre Carmelo informava il collega su cosa sarebbero andati a vedere. Da sotto saliva il solito tanfo di morto che Fortunato ricordava molto bene; motivo per cui si allontanò con fare indifferente, avvicinandosi alla porta d'ingresso per prendere una boccata d'aria. Qualche minuto dopo i due risalirono sempre colloquiando e, mentre si avvicinava loro, Fortunato sentì dire a Benoit: "Très interessant: devo indagare dove in Francia si adoperano sistemi simili". Attraverso la bella porta secentesca laccata, entrarono nella sacrestia, ricca di mobili lignei scolpiti e intarsiati; altre porte laccate davano in ambienti attigui. Uscirono infine sulla piazzetta e, nel ringraziare Zà Catena, Benoit volle mettere in mano delle monete: "Merci, grazie e complimenti per questo gioiello". Si affacciarono un attimo dal muretto che dava sull'orrido, delimitando a nord la piazzetta, di fronte, oltre la timpa funna assai, c'era Santu Roccu con le sue casette. Carmelo disse che là abitava il loro accompagnatore e raccontò al francese di quella storia secondo la quale i pirati saraceni, tornando dalle loro scorrerie per mare e sul litorale, risalivano in paese tirandosi su mediante lunghe funi fissate alla roccia con grossi anelli. Passarono quindi ad ammirare la splendida bifora rinascimentale dalle linee delicate, affiancate da mensole a mò di conchiglia per i vasi di gerani o di bacilicò, posta sul fronte del palazzotto alla sinistra dell’Assunta. Acutamente Benoit osservò: ”Mi sembra - o sbaglio? – che a giudicare dalla differente posizione delle cornici laterali stagliate sul muro rispetto a quella basale, la finestra doveva essere posta più in alto ed è stata col tempo portata più giù”. “Non te lo so dire, nessuno lo sa. In merito non esiste alcuna documentazione di come fosse prima. Ritengo però che sia stato più semplice spostare più sopra le cornici laterali anziché più giù tutta la finestra col pericolo di danneggiarla”. ”Comunque, a parte questo piccolo dilemma, elle est très artistique, très fine”.

Salirono poi sul Calvario, non senza una certa fatica per gente abituata alla vita della città e delle corsie ospedaliere. ”Un poco pesante eh?“ s’informò Fortunato. ”Sotto questo sole poi, ma lì sopra sarete ripagati dallo splendido panorama che potrete godere”. Ansimanti arrivarono sul pianoro sotto la cima. L’ampio arco normanno in pietra dava accesso alla chiesa ove terminavano le stazioni della Via Crucis pittati in nicchie dislocate lungo tutta la strada tra il convento dei cappuccini e il colle, specialmente sull’erta salita. Nella chiesa era custodita un’antica statua lignea dell’Ecce Homo; accanto sorgeva il convento dei basiliani per buona parte in cattive condizioni. La chiesa era sormontata dal picco del Calvario con le tre croci della crocefissione. “Girate attorno lo sguardo e riposatevi” suggerì Fortunato; ”non è comune un panorama del genere”. Lo Jonio, il capo di Sant’Alessio, Forza d’Agrò, in fondo la piramide dell’Etna innevato e fumante, vicino come se si potesse prendere con le mani, e poi il monte Kalfa dalla cima tagliata, e sotto i nuclei abitativi di Ciurita e di Lìmmina, e poi Casalvecchio, monte Cucco, i resti del dirupo castello di Sàuca a un tiru di scupetta, in lontananza, a settentrione, gli altri ruderi del castello di Fiumedinisi, monte Scuderi ed ancora lo Jonio a chiudere l’anello visuale. Portando intorno lo sguardo, si aveva una visione completa che dava anche una sensazione di vertigine. Pur se la mattinata era già inoltrata, l’aria era fine e, respirando a pieni polmoni, contribuiva anch’essa al giramento di testa…

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