Martedì 17 Settembre 2019
"In un modo carico di oggetti diventiamo idolatri della merce che creiamo"


Il tempo dei rifiuti

di Santo Trimarchi | 11/07/2013 | OPINIONI

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Una lettura critica della nostra società induce ad interpretare i segni dei tempi dalla presenza massiccia delle cose che occupano sempre di più la vita dell’uomo, si trovano nei cassonetti della spazzatura, per le vie della città, sulle spiagge, lungo il greto dei torrenti e nelle campagne, ma soprattutto dentro casa.
Oggi noi decidiamo il “posto” delle cose, la loro rilevanza o irrilevanza, l’essere appropriate o inadeguate, facciamo distinzione tra cose utili o superflue. Qui si gioca l’essenza della relazione tra soggetto ed oggetto, si stabilisce l’uso amichevole di tanti oggetti, che servono a soddisfare i nostri bisogni senza che noi dobbiamo qualcosa a loro. Possiamo liberarcene a piacimento e non sentirci in colpa, magari andando a comprare qualche altra cosa, considerato che non c’è stata alcuna promessa di fedeltà. Si comprende quanto l’oggetto sia qualcosa che si usa, che si manipola, che ha un mero valore di scambio e può diventare, quando si oppone, un ostacolo, un problema, una sfida tale da condurre all’eliminazione o all’assimilazione dello stesso per volontà del soggetto. Di fatto si registra un’accumulazione impropria che appesantisce la persona di fardelli inutili in ogni angolo della casa, ingombrato di gingilli e ricordini, di prodotti e strumenti tecnologici nelle vetrine, nei cassetti, negli armadi, sulla scrivania, sulla libreria, nel salotto, in cucina e nei bagni, dovunque ci sia posto si lascia il segno della produzione capitalistica. Certo delle cose servono per stare meglio, nella comodità e a riposo, per goderne la bellezza o per agevolare determinate attività, ma per lo più rappresentano lo status symbol di questa società dell’apparire, vittima del “dio oggetto”, devota agli idoli di moda. Immersi in questo mondo, carico di oggetti, diventiamo idolatri della merce che noi creiamo, trasferendo nelle relazioni umane lo stesso rapporto che abbiamo con le cose, che si consumano e si gettano quando non soddisfano più. Non ci sono vincoli di fedeltà e di lealtà nella costruzione di un progetto comune, di uno scambio reciproco, fecondo e rivolto al futuro ma tutto si svolge nell’immediato, nel presente, si esaurisce in breve e si scioglie per lasciare posto ad un altro/a. L’illusione consumistica altera l’umanità, la mercifica, la tratta fino a farla diventare prima o poi un rifiuto della società, rottamato, sfiduciato, depresso, al di fuori della storia vera. Da qui s’instaurano relazioni a termine, fino a quando funziona, e non si prendono impegni seri di cura, di attenzione, di tenerezza per definire un rapporto. In questo modo si crea insicurezza, perdita di stima, mancanza d’identità e si sta nell’angoscia, nell’infelicità, nella frustrazione, in un tempo che sembra girare a vuoto, nonostante offra una quantità di “cose”, un tempo pieno di rifiuti nel senso materiale ma anche  nel senso morale, psicologico, e culturale. In verità le molte cose su cui si fa affidamento per costruire la vita, su cui si cerca di riporre la propria speranza, evidenziano la loro caducità. L’avere, il piacere ed il potere rivelano prima o poi l’incapacità di compiere le aspirazioni più intime del cuore umano. Forse è davvero l’ora di riciclare e riciclarsi per mutare il modello del consumismo, per condividere con chi ha meno, per cercare la sobrietà e la frugalità, per vivere la convivialità, l’amicizia, il dono, la gentilezza e la gratuità.

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