Mercoledì 18 Settembre 2019
Un unico Comune nel comprensorio jonico: solo vantaggi e risparmi


Enti locali: prima del fattore economico è il buon senso a chiedere di semplificare

di Carmelo Cutrufello | 25/08/2013 | OPINIONI

4596 Lettori unici | Commenti 16

Il principio di autodeterminazione è sacrosanto: ognuno di noi ha il diritto di poter fare ciò vuole della propria vita, nel solco della legalità. Ma questa massima può essere estesa alle comunità? Può essere applicata all’ordinamento giuridico ed amministrativo del Paese?
E’ di ieri la notizia che un disegno di legge governativo della nostra regione mira ad accorpare le aree metropolitane delle tre più importanti città siciliane. Il caso che solleva grandi questioni sui territori, l’unico a dire il vero, è quello dell’area messinese. Mentre, infatti, per Palermo e Catania non sono state sollevate obiezioni di sorta (a Palermo perché la Politica ha deciso ed a Catania perché la scelta è confortata da una naturale conformazione del territorio), su Messina si sono subito concentrati gli strali di quanti non vogliono, vorrebbero o non possono dire sì o no al progetto di Rosario. Torniamo ai nostri fatti: Messina è città da 225mila abitanti, né tanti né pochi. Ha un’area metropolitana abbastanza definita che teoricamente potrebbe giungere fino a Giardini Naxos o a Milazzo, se volessimo vederla da un punto di vista tecnico. Che senso ha quindi incorporare solo i comuni fino ad Furci Siculo? E quali altre proposte potrebbero essere avanzate? L’impianto proposto dal Presidente Crocetta sembra in effetti monco: se si volesse creare una metropoli a vocazione turistica non si potrebbero lasciare fuori le Eolie e Taormina, oggi non incluse nel progetto di aggregazione; se si volesse seguire un criterio di prossimità territoriale ci si dovrebbe fermare a Scaletta. Perché Furci? Non è dato saperlo.

Valli Joniche dei Peloritani, un Comune unico
Fin qui l’attualità. In linea di principio invece occorre dare un nuovo assetto territoriale ai nostri enti locali. Ma quale? Già nel 2011, contribuendo al dibattito nazionale con un intervento ospitato sul sito dell’Onorevole Casini, ho ribadito che occorreva eliminare due livelli di amministrazione territoriale: le provincie ed i comuni sotto i 30mila abitanti. Le mansioni oggi attribuite alle Provincie possono essere redistribuite tra regione e comuni secondo lo schema qui riportato, redistribuendo il personale in modo proporzionale ai servizi derogati, mentre nella mia visione del contesto territoriale l’accorpamento dei comuni servirebbe ad un accentramento delle funzioni, ad una riduzione dei costi della macchina amministrativa e ad uno snellimento delle prassi burocratiche. L’ipotesi di scuola potrebbe essere quella dell’accorpamento dei 18 Municipi che componevano la prima Unione dei Comuni delle valli joniche dei Peloritani, un territorio omogeneo (tranne che per Scaletta e Itala che finirebbero con Messina), conosciuto da tutti in modo molto preciso da tutti gli attori in atto e nemmeno troppo ampio da un punto di vista geografico. I vantaggi, a mio modo di vedere, sarebbero di due tipi: economici e non economici. I vantaggi economici dipenderebbero dall’accorpamento delle funzioni amministrative: su 16 comuni avremmo un unico segretario comunale (con il risparmio di ben 15 incarichi da 40mila euro l’uno circa), soli 5 capi area invece degli 80 attuali, circa 20 consiglieri comunali al posto dei circa 170 attuali, 1 sindaco ed un vicesindaco al posto dei 32 attuali e una giunta di 8 membri al posto degli attuali 60 membri circa. Premesso che le attuali case comunali non verrebbero chiuse, ma resterebbero aperte come Municipi territoriali salvaguardando la presenza sul territorio delle istituzioni, possiamo supporre che nel corso degli anni la riorganizzazione degli uffici porterebbe a risparmi per milioni di euro poiché le figure sovrapposte non verrebbero rimpiazzate con conseguente possibilità di ridurre il carico fiscale per noi contribuenti. Un ulteriore vantaggio deriverebbe dall’avere un’unica stazione appaltante per l’acquisto di beni e servizi a costi decisamente inferiori rispetto a quelli attuali. A far scuola in questo senso vi sono numerosi esempi nel nord Italia, ma soprattutto il caso di una università del centro nord la quale, passando dall’acquisto diretto alle forniture tramite convenzione Consip, è riuscita a risparmiare su alcuni approvvigionamenti ben il 35% del totale. Mica niente!


I vantaggi non economici
Allo stesso modo, i vantaggi non economici potrebbero essere ancora più invitanti: pensate alla possibilità di redigere un unico piano regolatore anziché 16, potendo attribuire ad ogni area la propria vocazione primaria coordinandola con le altre, un unico piano regolatore delle spiagge, un unico piano per il commercio, un unico piano per la creazione delle aree artigianali ed industriali. Anche i servizi potrebbero essere più efficienti potendo contare su un bacino di popolazione ottimale (il famoso ATO). La raccolta dei rifiuti, i servizi assistenziali, la polizia municipale, tutti potrebbero essere resi in modo proporzionale alle necessità senza sprechi e senza sovra costi. Inoltre, con la semplificazione amministrativa si ridurrebbe il numero dei “soggetti politici” immischiati nella cosa pubblica, riducendo al contempo il vincolo di relazione tra eletto ed elettore. Pensate oggi cosa dev’essere fare il consigliere comunale in un piccolo comune, dove non puoi scontentare nessuno pena l’impossibilità di essere eletto anche per uno o due voti. Con un bacino di trentamila abitanti invece si potrebbe puntare sulle idee, sul voto d’opinione, sulle capacità senza timore di perdere il voto del compare o della comare di turno. L’accentramento delle funzioni dirigenziali, poi, permetterebbe alle autorità inquirenti di controllare facilmente quanto avviene in un vasto territorio: pensate oggi cosa significhi analizzare 16 giunte, 16 consigli e 16 per 5 aree amministrative distribuite su un territorio diverso. Domani, con responsabilità certe, sarebbe molto più difficile barare. Ne guadagnerebbe anche la legalità, credetemi.


La perdita di autonomia: un falso problema
Passiamo infine alle critiche. In molti contestano l’abolizione dei piccoli comuni temendo che la perdita dell’autonomia possa comportare un danno per le comunità locali in termini di mancato sviluppo, ma io mi chiedo: “Perdere cosa? Quale sviluppo potrebbe essere negato loro?”. Negli ultimi 20 anni i nostri comuni si sono solo impoveriti. Che cosa stiamo difendendo con lo status quo? Il Declino? Vogliamo davvero credere che un giorno verrà il cavaliere bianco a salvare Mandanici o Antillo dallo spopolamento? E cosa potrebbe fare in più Mandanici oggi rispetto a quanto non ha fatto negli ultimi 20 anni? E cosa potrebbe fare in più oggi un borgo inserito in un contesto urbano connesso con il lungomare, con gli alberghi della riviera e con i servizi turistici. Io non voglio illudere nessuno. Tutto dipenderà da come saranno spesi i soldi, da quali investimenti saranno fatti, dai servizi che saranno creati, ma se i risparmi derivanti dall’accorpamento permetteranno di allargare le strade, fare la rete in fibra ottica, restaurare e valorizzare il patrimonio culturale e abbassare le imposte… beh! Ben venga. Almeno proviamoci.

Più informazioni: riforma enti locali  


COMMENTI

Agnese Sturiale | il 25/08/2013 alle 10:37:05

Le analisi economiche e amministrative le lascio a te che sei esperto di settore...dal punto di vista turistico, l'unione delle Vallate consente tra l'altro di attivare forme di turismo tematico e non frammentario. MI viene in mente "La Via della Seta" (un esempio come tanti) che da Savoca e passando da Casalvecchio e Roccalumera, arriva anche Alì Superiore. L'elaborazione di nuove "offerte turistiche" diveterebbe così più immediata.

Carmelo Cutrufello | il 25/08/2013 alle 11:22:27

Concordo pienamente con Agnese e aggiungo che, ad esempio, i titolari di licenza NCC in un unico comune jonico potrebbero lavorare liberamente in tutta la riviera offrendo i loro servizi con minori pastoie burocratiche!

Carpo Mario | il 25/08/2013 alle 11:33:44

Le autonomie locali non si toccano. Venderemo cara la pelle.Ogni territorio è salvaguardato solo da sé stesso, non possiamo applicare quello che va bene a Londra e New York, chi ci vuole sopprimere è un nostro nemico

Pippo Sturiale | il 25/08/2013 alle 11:57:22

Concordo con Carmelo. Sarebbe opportuno, però, favorire la partecipazione della gente, creare istanze di democrazia dal basso. La democrazia partecipata non subirà una "diminutio" dall'accorpamento. Quindi non solo città metropolitana, ma anche accorpamento di Comuni.

Eugenio Scarcella | il 25/08/2013 alle 14:49:35

Secondo me il fatto di aggregare i comuni da Saponara a Furci a Messina è un grave errore, poichè diventerebbero la periferia di una città inefficiente e in piena crisi politico-economica; andate a fare un giro nei piccoli villaggi collinari attorno Messina (per es. Pezzolo, Altolia...)sono di un degrado pauroso, questo perchè la municipalità di Messina si preoccupa solo di curare (male) il centro storico ed i villaggi rivieraschi. A mio parere, nella nostra riviera ionica, sarebbe opportuno creare 2 macro comuni, il primo nell'area Alì, Nizza, Roccalumera, Mandanici, Pagliara e Fiumedinisi; il secondo con Furci ed i comuni della valle d'Agrò. Scaletta e Itala dovrebbero andare con Messina. Sembrerà banale e populistico, ma prima di pensare di sopprimere comuni, chiudere scuole, ospedali, tribunali ecc.. al fine di risparmiare risorse, bisognerebbe pensare di tagliare seriamente i costi della politica a livello statale e regionale.

Filippo Brianni | il 25/08/2013 alle 16:51:18

Condivido l'analisi generale dell'articolo, tra l'altro sono dati oggettivi quelli forniti da Carmelo. Sulla dimensione mi trovo più vicino ad Eugenio. Mario, sta succedendo qualcosa di più della soppressione: l'autosopressione e continuando così i sindaci, che non hanno colpe, dovranno rende conto ai propri cittadini del fallimento dei propri comuni. Bisogno correre ai ripari subito. Se non con un accorpamento quanto meno una federazione di comuni (sull'esempio tedesco) che tenga gonfalone ed un delegato per ogni comunità, ma le decisioni che contano devono essere prese dal comprensorio/comune, altrimenti moriremo di asfissia economica e non saremo mai competitivi. Se non trovano i soldi, a settembre i nostri piccoli comuni non potranno più pagare gli impiegati, come troveranno le 500 euro per fare un progetto di massima e partecipare ad un bando, o garantire la scuola, l'assistenza anziani, etc? CHe senso ha tenere in piedi una struttura che serve solo a pagare gli stipendi ed a far litigare le famiglie tra loro per un lavoro socialmente utile, alias assessorato?

Santo Mastroeni | il 26/08/2013 alle 09:53:19

L'analisi del territorio che fa Cutrufello è da condividere pienamente. L'idea di estendere la città metropolitana sino a Furci è un non-sense geografico e etnologico, mentre incominciare seriamente a pensare ad una città jonica e, quindi, ad una gestione delle risorse territoriali razionale può essere l'inizio di uno sviluppo futuro diverse. Guarda caso è quello che pensano da tempo i nostri amministratori se si crede a quanto riportato da un vecchio articolo della Gazzetta del Sud che recentemente mi è capitato tra le mani (del 31 luglio 1997) dove Pino Prestia, riferendo di un incontro dei sindaci della riviera, dava per scontato la nascita a brevissimo termine della Città Jonica, panacea di tutti i mali. Al di là delle reminiscenze, evitiamo oggi di cadere nella retorica dell'identità. L'identità di una comunità non è il sindaco e la giunta, bensì la somma delle tradizioni, i legami genetici con un luogo, le radici, gli umori e gli odori, i ricordi e le leggende, insomma la cultura e l'anima che ci portiamo dentro. E per proteggere tutto questo non serve un'amministrazione, ma una forte presa di coscienza e l'impegno di ognuno.

Carmelo Cutrufello | il 26/08/2013 alle 14:56:37

Ringrazio tutti per i commenti costruttivi. Mi piacerebbe che si aprisse un dibattito serio in merito, che ci fosse una maggiore partecipazione dal basso su questi temi. Infondo parliamo dell'architettura amministrativa dei nostri territori. Il mio è un appello alla partecipazione.

Michael Urso | il 26/08/2013 alle 15:19:34

Ritengo che questa sia un'ottima idea,ma che i problemi delineati da Eugenio Scarcella siano importanti, pertanto la soluzione prospettata nell'articolo rimane la migliore. Anche a livello puramente geografico sarebbe meglio formare un unico centro tra i due capi e che si addentra nell'entroterra Jonico. Questo permetterebbe la creazione di una politica comprensoriale che non c'è e che non sarebbe possibile, forse, con l'unione a Messina per il semplice fatto che quella città è già piena di problemi amministrativi... Ovviamente questa idea non è la cura di tutti i mali e se sviluppata male (come nel caso di unione di Furci a Messina) potrebbe dare dei risultati catastrofici per il comprensorio.

carmelo deluca | il 26/08/2013 alle 17:19:27

Concordo pienamente con Carmelo Cutrufello, la sua analisi non fa una piega e potrebbe essere la base per un confronto politico serio che dia alla Riviera Jonica una prospettiva di sviluppo attraverso l'Unione dei Comuni (soggetto già esistente), anche perchè è risultato in tutta la sua evidenza che il nostro territorio, con diciotto comuni che amministrano 42.000 abitanti non ha mai contato nulla, ne a livello provinciale quanto a livello regionale. Se l'alternativa a questa prospettiva è diventare la periferia di una Città in continuo declino e degrado come Messina allora è bene abbandonare ogni sorta di fazioso campanilismo e parlarne seriamente.-

Giuliana Mastroeni | il 26/08/2013 alle 21:32:26

Condivido l'analisi fatta del problema: l'accorpamento territoriale, pur proposto con confini del tutto aribtrari, come è stato più volte sottolineato, potrebbe costituire una svolta da un punto di vista politico ma soprattutto organizzativo, perché permetterebbe di effettuare una programmazione di medio-lungo periodo e di sfuggire alla logica del "tappare il buco e poi si pensa", imperante purtroppo anche a livello nazionale. Favorirebbe inoltre una diversa distribuzione delle risorse sul territorio, fermo restando che, come si diceva dei negletti borghi collinari di Messina, tutti dovrebbero essere messi nelle condizioni di valorizzarsi ma in un'ottica di ampio respiro. D'altro canto, però, concordo con chi nel dibattito sosteneva che il "taglio a tutti i costi" dovrebbe essere portato avanti prima di tutto a livello nazionale e regionale, perché agire nel solo nome del risparmio amministrativo rischia di favorire situazioni di disagio fortissime. Quindi machete in una mano ma progetti, alternative, programmazione dall'altra. Troppo ottimista?

FILIPPO BRIANNI | il 26/08/2013 alle 21:47:44

Santino Mastroeni quannu dduma a lampadina illumina sempre :-)

Alessio Calderone | il 27/08/2013 alle 09:07:28

Carissimo Carmelo, condivido pienamente il tuo pensiero, anche se non capisco perché il limite deve essere 30 mila abitanti, oggi purtroppo da giovane consigliere comunale posso affermare che i comuni sono esclusivamente stipendifici e luoghi dove spesso avviene il malaffare, quale migliore occasione per ripartire da 0 con una nuova idea di ente locale??

Pippo Sturiale | il 27/08/2013 alle 11:15:50

Qua non si tratta di tagliare, ma di spendere bene, senza doppioni e, con le economie di scala, si potrebbero realizzare tanti progetti utili a far decollare il territorio. Ma se non si consulta la gente si parlerà solo di progetti che fanno gola a imprese e non servono al territorio che in maniera marginale (penso allo svincolo). Il buon Carmelo non ha messo alcun vincolo di 30 mila abitanti: ha solo ricordato che i Comuni sotto quella soglia sono poco efficienti. Pensiamo, come è stato ricordato, alla gestione dei rifiuti ... o si organizza almeno per il comprensorio o sarà un altro fallimento. Le identità si tutelano non snaturando, quando personalmente facciamo qualcosa, la storia e la vocazione dei nostri luoghi, il campanilismo, invece, è la sola cosa che mi sembra resistere, invece della memoria del passato. Sarebbe una bella avventura ... coraggio !

Carmelo Cutrufello | il 27/08/2013 alle 11:59:04

Ho indicato il limite di 30mila abitanti perché la gestione dei servizi pubblici è ottimale sopra quell'ammontare. Non ne faccio una convinzione ideologica, ma mi fido degli studi portati avanti da molti ricercatori. Certo è che se non vogliamo morire di nulla, dobbiamo guardarci intorno e affrontare la situazione. Già oggi non ci sono più attività sul nostro territorio.

Agnese Sturiale | il 20/09/2013 alle 14:31:22

avevamo uno strumento tra le mani, l'Unione dei Comuni, che ha dimostrato quanto siamo gretti in fatto di programmazione. Cosa ci assicura che la Città Jonica non farà la stessa fine?

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